L’ho letto oggi in treno, tra andata e ritorno (che è stato drammatico) sul mitico IC Aversa-Roma.
118 pagine per 12,50 euri: si può fare! ;)
Andrea Ungari nel suo libro traccia un ritratto di Leo Longanesiche non fu solo colui che coniò lo slogan “Mussolini ha sempre ragione” – nel quale le vicissitudini personali a volte sembrano condizionare troppo il pensiero del grande conservatore romagnolo: influirono, certo, ma non furono determinanti nella formazione del pensiero di un grande uomo di cultura (che oggi manca alla destra).
Ma quello di Ungari è un gran bel libricino perchè è scorrevolecome sarebe piaciuto a Leo Longanesiaccattivante, documentato. Traccia uno spaccato dell’Italia antifascista che dovrebbe mettere a tacere chi ancora oggi si riempe la bocca di retorica antifascista: straordinaria la cronaca del periodo “napoletano” di Longanesi, le sue dispute con Don Benedetto (Croce) e poi le aspre polemiche con il Mondo di Pannunzio.
Quello che emerge dal libro è un conservatore a tutto tondo, ottocentesco, che seppe però produrre prodotti editoriali di successo durante e dopo il fascismo (conosceva e “capiva” gli italiani) e seppe formare come un vasaio una quantità interminabile di grandi firme di grandi qualità. Importò in Italia tante firme del mondo anglosassone, alla faccia di chi ancora oggi definisce “provinciale” Longanesi. Il suo editing era invasivo ma educativo, il suo lavoro poliedrico e fantasioso. Era l’editore ma anche il vignettista e l’amministratore del Libraio, del Borghese e di tutto ciò che fece prima.
Leo Longanesi fu un grande conservatore. E fu un italiano orgoglioso di essere tale, ma deluso dagli italiani, dai loro voltafaccia, dal loro conformismo (fascista prima ed antifascista poi). Leo Longanesi non morì fascista. Certamente morì anti antifascista.