La vicenda sudamericana che ha riguardato la nostra “gloriosa” compagnia di bandiera ha messo in secondo piano quello che doveva essere l’interesse principale: l’Italia.
Non credo che il “modello Wimbledon” sia l’ideale per il nostro Paese – anche se almeno nel settore del trasporto aereo non sarebbe un modello negativo per una Nazione a vocazione turistica come la nostra - ma di certo l’esito della vicenda alla lunga non sarà positivo per l’Italia.
I cittadini italiani – i “taxpayers”, dicono in USA – hanno pagato fin troppo per usufruire di un disservizio. Pochi italiani volano con Alitalia, ma tutti gli italiani pagano i suoi debiti. Con la conclusione della vicenda questo schifo probabilmente finirà (ma non subito).
Al grido di “Viva l’Italia”, l’accordo verrà salutato con entusiasmo. Ma resteranno dei dubbi. Non tanto sul futuro della compagnia, che asetticamente potremmo definire un attore del mercato come un altro, ma sul futuro del mercato aereo dell’Italia.
Oggi nel nostro Paese abbiamo tanti aereoporti ma pochi passeggeri. Il turismo arriva in Italia grazie alle compagnie low cost, che però soffrono di una regolamentazione penalizzante, specie a livello aereoportuale.
Una seria deregulation del mercato aereo è quello che davvero serve all’Italia, a quel grande albergo che è il nostro Paese. Ma non è quello che avremo con la “rinata” compagnia di bandiera, che deve essere protetta. Ne soffriranno specialmente le regioni meridionali, ricche di potenzialità legate al turismo ma senza adeguati collegamenti aerei (e tanto altro).
Guardate i collegamenti delle principali compagnie aeree internazionali per Sicilia e Sardegna e guardate i collegamenti per le isole spagnole. E poi pensate agli sfottò di Zapatero sul presunto sorpasso “spagnolo” ai danni del nostro Paese. Avrete una (parziale) risposta.
W l’Alitalia. E l’Italia?
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